Le ragioni del successo dell’export italiano e gli aspetti di cautela di Gaetano Fausto Esposito

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Negli anni più recenti sembra proprio che quelli storicamente ritenuti tradizionali fattori di debolezza del nostro sistema produttivo abbiano, al contrario, rappresentato la base della nostra crescita.
“Se l’Italia vuole prosperare nelle condizioni naturali in cui si trova deve esportare… Vendere fuori dai confini non è cosa facile. Occorre aguzzare continuamente l’ingegno. Noi siamo un popolo che non può accontentarsi dei facili successi. Fu così nel passato. Oggi è ancora peggio”. Questo scriveva lo storico dell’economia Carlo Maria Cipolla circa trent’anni fa.

Quasi una sorta di condanna per lo sviluppo che però ha spesso assicurato un effettivo contributo alla crescita del Paese ed è quanto è accaduto specialmente negli ultimi quattro anni, quando le nostre vendite all’estero sono state mediamente più favorevoli rispetto a quelle delle principali economie europee: una crescita di circa il 14% in termini reali, che malgrado il tonfo del 2020, è ben superiore alla contrazione registrata da Germania (- 2%) e Francia (- 4,7%), ma anche all’aumento della Spagna (+ 7,6%). Una situazione che ci è stata recentemente riconosciuta anche dalla società di rating Standard&Poor’s.

Diverse le spiegazioni: recentemente alcuni ricercatori della Banca d’Italia hanno sottolineato tre fattori, in primo luogo il miglioramento della competitività di prezzo del nostro export, tanto che metà del guadagno competitivo sarebbe dovuto alla modesta dinamica dei prezzi alla produzione rispetto a quella dei nostri competitor, comparabile solo con quella tedesca. Ma anche altri vengono citati tra cui il minore impatto sulle nostre imprese dei “colli di bottiglia” delle forniture internazionali di altri paesi, e in particolare della Germania, con effetti negativi sulle rispettive produzioni, oltre che la minore esposizione delle esportazioni italiane a settori energy intensive (particolarmente colpiti dal rincaro delle materie prime). Infatti l’aumento delle vendite all’estero di prodotti a minore intensità energetica è stata da noi nel 2022 dell’8% contro una contrazione del 2,5% dei settore più energivori. In Germania, per avere una idea, il decremento dell’export dei settori a più alta intensità energetica è stato dell’11% contro una crescita di quelli a minore intensità di circa il 3%.

Legenda: EI = settori energy intensive; NEI = settori non energy intensive

Altra spiegazione di queste migliori performances è la diversificazione delle nostre esportazioni. Siamo entrati nell’epoca dell’incertezza permanente, come dimostrano le ampie e repentine oscillazioni degli indicatori che misurano i livelli di incertezza globale nel mondo in termini geopolitici, di dinamica delle catene del valore ecc. Avere una offerta merceologicamente più ampia significa ripartire il rischio. Ebbene il nostro Paese ha la minore concentrazione al mondo di prodotti esportati e infatti i primi 50 prodotti venduti all’estero pesano da noi per meno del 30% sull’export totale, mentre negli altri paesi del G20 assumono valori molto più elevati: in Germania 33%, in Francia al 40%, negli Stati Uniti quasi al 37%.

E poi in Italia c’è anche una certa diffusione di imprese che esportano: secondo l’Istat le aziende che producono e contemporaneamente esportano direttamente sono 85 mila contro le 75 mila di quelle tedesche, le 38 mila spagnole e le 24 mila francesi. Questa situazione, se rappresenta un limite perché riduce la capacità di queste imprese di esportare tramite l’intermediazione commerciale (quindi attraverso canali indiretti), dall’altro è anche un ulteriore fattore di flessibilità per la numerosità degli attori coinvolti dal processo esportativo, pur ponendo in prospettiva la questione dell’irrobustimento di questa fascia di esportatori, anche attraverso un maggiore e migliore utilizzo delle tecniche di commercio elettronico.

In sintesi, almeno negli anni più recenti, sembra proprio che quelli storicamente ritenuti tradizionali fattori di debolezza del nostro sistema produttivo (una eccessiva – secondo alcuni – diversificazione settoriale, una modesta concentrazione in settori a forti economie di scala, la specializzazione anomala in settori definiti leggeri, come il made in Italy), abbiano al contrario rappresentato la base del nostro successo.

Ciò dipende anche dal fatto che, buona parte delle nostre imprese, hanno “aguzzato l’ingegno” migliorando la qualità delle proprie vendite all’estero molto più velocemente di quanto accaduto per l’export tedesco e francese.

Tutto bene quindi? Beh ci sono delle preoccupazioni che riguardano tra l’altro l’importante segmento delle esportazioni della componentistica, ossia della subfornitura internazionale ad altri produttori stranieri. Tra il 2019 e il 2022 i beni intermedi sono stati particolarmente dinamici passando dal 31% al 34% delle nostre esportazioni.

Ma la non brillante situazione in cui versano alcuni tradizionali destinatari delle nostre componenti, in primo luogo la Germania, unita alla stagnante congiuntura mondiale, rischiano di ridimensionare i guadagni conseguiti, e infatti tra gennaio-agosto 2023 rispetto al 2022 questo è l’unico comparto a registrare un andamento negativo nelle vendite all’estero (escludendo il settore energetico), con un – 5,1% contro un + 3,7 di crescita dell’export al netto dell’energia.

Si tratta di un segnale di allarme che va attentamente colto tenuto anche conto della forte presenza italiana nelle catene globali di subfornitura e che richiede anche una mirata attenzione da parte delle policy di promozione dell’internazionalizzazione, proprio perché come dice Carlo Maria Cipolla “non possiamo accontentarci dei facili successi”.

Gaetano Fausto Esposito, Direttore Generale Centro Studi delle Camere di Commercio “Guglielmo Tagliacarne” e docente di Economia Politica all’Universitas mercatorum. Autore di numerosi saggi e volumi sui temi dell’economia finanziaria e dello sviluppo, dell’economia industriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Attualmente si occupa del ruolo dei processi fiduciari nello sviluppo economico e di economia della sostenibilità istituzionale.