Occorre fornire esempi di comportamenti virtuosi che rendano esplicito e trasparente sia il processo di raccolta delle istanze sociali che quello decisionale, realizzando una effettiva accountability
Per il premio Nobel per l’economia Douglass North le istituzioni sono le regole del gioco di una società, cioè le routine e le norme sociali che regolano il comportamento degli individui nelle interazioni tra di loro. Ci possono essere istituzioni formali ma anche informali, ad esempio il mercato rappresenta forse la più importante di questa, pur basandosi su di un complesso di regole, ma in generale la funzione delle istituzioni formali è di ridurre l’incertezza generata dall’esistenza di asimmetrie informative e dalla possibilità di comportamenti opportunistici tra i diversi attori dell’economia e della politica e quindi agire per favorire la crescita.
L’elemento centrale del rapporto tra cittadini e istituzioni è da sempre la fiducia. Non è un aspetto nuovo se già a metà del 1700 Antonio Genovesi, Gaetano Filangieri e alcuni altri pensatori che avrebbero dato luogo alla corrente economica poi definita di economia civile, ponevano la fede pubblica al centro dello sviluppo istituzionale e lo stesso Genovesi nel suo “Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze” del 1754 evidenziava che la mancanza di uno sviluppo del Regno di Napoli paragonabile a quello di altri stati della penisola e dell’Inghilterra, pur in presenza di una buona dotazione di risorse naturali, risiedeva nell’assenza del buon costume, una risorsa non solo morale, ma anche economica.
Il tema si pone in particolare nei confronti delle due principali istituzioni di un paese, ossia il governo e le assemblee legislative.
Due recentissime analisi, ripropongono il tema della fiducia e del buon costume rapportato alle istituzioni. Secondo il Survey dell’OCSE on Drivers of Trust in Pubblic Institution nei trenta paesi aderenti la quota delle persone che esprimono bassa o nessuna fiducia nella principale istituzione rappresentata dal Governo è in media del 44% superando il 39% di quelli che invece hanno una moderata o elevata fiducia e rispetto al 2021 è scesa anche di due punti percentuali.
Tutto sommato il nostro Paese si tiene nella media dell’OCSE, con un livello di fiducia bassa o nulla segnalato dal 47% degli intervistati.
Se guardiamo poi al livello di fiducia alto o moderato scorgiamo che peggio dei Governi nazionali fanno i Parlamenti (solo il 36% dei cittadini ha questa posizione) e soprattutto i partiti politici che sono al livello di fiducia più basso con un 24% e in Italia addirittura scendono al 19%.
Insomma le principali istituzioni, soprattutto quelle rappresentative, godono di bassa fiducia e questo si verifica specialmente per i partiti politici, che avrebbero proprio il compito di agire da anello di congiunzione tra istituzioni e società.

Se ci riferiamo all’Italia una spiegazione di livelli così bassi viene dall’analisi dell’Eurobarometro sulla corruzione che segnala un 78% di intervistati per i quali il fenomeno è diffuso, contro una media europea del 68% e al primo posto è segnalato tra i partiti politici e nelle istituzioni pubbliche nazionali, regionali e locali.
Tutto questo riapre il dibattito sempre più vivo sulla capacità delle attuali forme di democrazia a rappresentare adeguatamente la società e del “party government” come regime capace di indirizzare le forme politiche. Recentemente Franco Bassanini, riprendendo una ricerca condotta dal Pew Research Center, ha evidenziato come il modello democratico-rappresentativo sia apprezzato dal 77% degli intervistati, ma solo il 40% si dichiara soddisfatto dell’attuale funzionamento. Non si vuole cambiare il “peggior metodo di governo eccetto le altre forme sperimentate fino ad ora” come disse Winston Churchill, ma si vuole che funzioni meglio.
E allora a fronte di questa situazione sia Bassanini che Giuliano Amato rilanciano il ruolo delle comunità intermedie come soggetto in grado di assicurare non solo una maggiore e migliore partecipazione, raccogliendo e convogliando le istanze della società civile, ma anche una più forte presenza nei processi politici decisionali. Ci sono diversi interrogativi sulla capacità dei corpi intermedi di svolgere compiti crescenti in particolare nell’assicurare in ogni caso quella apertura alla stessa società che è sembrata invece declinare nei partiti politici stretti tra forme di leaderismo e sovra-utilizzo di una fittizia democrazia della rete, spesso trasformatasi in democrazia delle fake news on line.
Ancora una volta la questione sembra fiduciaria, diverse indagini internazionali sembrano attribuire fiducia crescente a queste organizzazioni (quasi in opposizione al governo), ma è anche vero che nel passato, in particolare nella cosiddetta stagione della concertazione degli anni Novanta, a una fase iniziale molto positiva ne succedette un’altra in cui i corpi sociali ritennero di poter sostituire il governo interessandosi molto più a una gestione diretta della cosa pubblica (e assumendo un approccio burocratico-oligarchico) rispetto a quella primaria di dare voce, e anche gambe, alle istanze della società.
Dietro l’angolo c’è sempre il pericolo di consolidare forme consociative dove alla fine non è chiaro chi assume la responsabilità delle scelte di policy.
Forse la via maestra è ancora quella indicata da Genovesi, consolidare il “buon costume” perché il vero punto è migliorare la fiducia verso i soggetti collettivi il che si può fare anche e soprattutto fornendo esempi di comportamenti virtuosi che rendano esplicito e trasparente sia il processo di raccolta delle istanze sociali che quello decisionale, realizzando una effettiva accountability.
Occorre allora rifarsi alla cultura di un popolo nel senso più ampio, anch’essa rappresenta una istituzione (informale) perché si consolida attraverso norme sociali e anche morali ed è proprio da un rinnovato senso di moralità che occorre ripartire per rilanciare la fiducia nelle istituzioni e per l’ammodernamento della società, e se questo diviene il principio ispiratore e di comportamento concreto dei corpi sociali (l’orientamento al bene comune) allora il percorso di cambiamento potrà avere anche migliori possibilità di effettivo successo.
Gaetano Fausto Esposito, Direttore Generale Centro Studi delle Camere di Commercio “Guglielmo Tagliacarne” e docente di Economia Politica all’Universitas mercatorum. Autore di numerosi saggi e volumi sui temi dell’economia finanziaria e dello sviluppo, dell’economia industriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Attualmente si occupa del ruolo dei processi fiduciari nello sviluppo economico e di economia della sostenibilità istituzionale.

