Bella senz’anima. Il titolo del successo di Riccardo Cocciante del 1974 può riecheggiare l’immagine delle grandi corporation americane “belle” dal punto di vista delle performance, ma senza un’anima imprenditoriale. Ci pensò Milton Friedman, il cantore del neoliberismo premio Nobel per l’economia, a dare una giustificazione etica del profitto di queste aziende, unico scopo cui dovevano puntare i manager perché tutti gli altri, incluso il perseguimento di una più ampia responsabilità sociale, sarebbero stati un’incongrua intromissione in decisioni di politica aziendale che potevano finire addirittura per ridurre il benessere dei consumatori.
L’assenza di un’anima imprenditoriale, il mito dello shareholder capitalism, della massimizzazione degli utili e del valore delle azioni è stata la costante del capitalismo neoliberista. Poi il risveglio! Molti singoli eventi e uno deflagrante: la crisi del 2008 dei mutui subprime apre gli occhi a tanti sui limiti di questo modello che si era trasformato in un totem finanziario, invertendo le stesse aspettative di Friedman sulla capacità del mercato di tutelare la libertà di scelta dei consumatori.
E allora si è guardato alla possibilità che potessero esistere forme capitalistiche diverse, un capitalismo con un’anima imprenditoriale, più attento ai valori dello sviluppo genuino, insomma un “capitalismo dal volto umano” per dirla con le parole di Giacomo Becattini l’economista italiano che con Sebastiano Brusco, ha scandagliato con rigore l’organizzazione socio-economica dei distretti industriali.
Insomma una forma di capitalismo più vicina alla nostra tradizione, caratterizzato da una maggiore dose di imprenditorialità familiare e da un più forte collegamento con i territori. In epoca di globalizzazione trionfante, di dominio della finanza e delle multinazionali questa forma è stata dai più considerata un residuo del passato, quasi un aspetto pre-moderno, dove la modernità si misurava sulla decontestualizzazione territoriale e la virtualizzazione dei processi che trovavano (e trovano) nella rete telematica e nei social network il loro paradigma di riferimento.
C’è grande insoddisfazione per questa forma di capitalismo se il 60% degli italiani, secondo IPSOS, è convinto che occorra una profonda riforma del modello liberista e il 63% ritiene che occorra superare la visione liberista di produrre esclusivamente più profitto per la proprietà e i soci.
Ci siamo accorti che invece si può fare impresa con una maggiore attenzione non solo al profitto, che comunque deve rimanere un metro di efficienza, ma anche agli aspetti sociali e alla dignità delle persone.
Recentemente l’Istituto Guglielmo Tagliacarne, nell’ambito di una analisi condotta con Unioncamere e Fondazione Symbola, ha cercato di misurare quelle che sono state definite “imprese coesive”, che mettono al centro del proprio modello di business le relazioni con tutti i soggetti coinvolti (stakeholders), creando con loro valore sociale ed economico. Queste aziende, proprio attraverso le relazioni esterne (imprese, non profit, banche e finanza, mondo della ricerca e della formazione, istituzioni, clienti) e interne (lavoratori, proprietà, azionisti), aumentano la conoscenza, la qualità e la quantità di input sui cambiamenti in atto nella società, su nuove domande e segmenti di mercato, ricevendo stimoli per l’innovazione. Sono perciò realtà “aperte” che punteggiano il territorio del Paese. Tutt’altro che un residuo del passato, visto che nel 2022 incidono per il 43% sulla base imprenditoriale, una quota in crescita rispetto al 32% del 2018. Questa imprenditorialità, attenta agli aspetti di innovazione sociale, tecnologica e green, consegue anche migliori risultati rispetto alle altre imprese: in termini di fatturato per il 2023 sono il 55% quelle che stimano aumenti rispetto al 2022 (contro il 42% delle altre imprese), di occupazione (34% incrementi 2023 rispetto al 25% delle altre) e di esportazioni (43% contro 32%).
Il punto è che questa tipologia di imprese è più presente dove esiste un reticolo istituzionale e un sistema di relazioni fiduciarie più saldo.
In altri termini l’ingrediente centrale affiché si sviluppi una differente forma di imprenditorialità è costituito dalla propensione a relazionarsi con gli altri (persone ed enti). E questo ingrediente è più carente nelle regioni del Mezzogiorno rispetto al resto del Paese.
La fiducia non si acquista o si vende, si consolida sulla base di un sistema educativo e formativo che pone al centro quello che il sociologo Robert Putnam trenta anni fa definiva la civicness, ossia il senso civico degli italiani. Tutto questo ha a che vedere con la cultura consolidata a livello locale, ma sempre più con l’affermarsi di processi e di modelli educativi che trovano nell’esperienza scolastica e nelle diverse altre esperienze educative (in primo luogo quella che si compie nella famiglia) un elemento centrale nel formare un cittadino prima che un lavoratore e un imprenditore.
Ma allora per ampliare la platea di queste imprese non servono tanto incentivi mirati quanto piuttosto interventi sul processo di formazione civica. E forse dobbiamo guardare al nostro passato e a quanto scriveva nella metà del 1400 (sic!) Benedetto Cotrugli nel suo “Arricchirsi con onore”: “dovendo formare un mercante perfetto e compiuto è necessario porre ad esempio un uomo universale, dotato di capacità di comprendere ogni genere di uomini e conversare con loro”. Un’ottima descrizione di un’impresa civile con un’anima!
Gaetano Fausto Esposito, Direttore Generale Centro Studi delle Camere di Commercio “Guglielmo Tagliacarne” e docente di Economia Politica all’Universitas mercatorum. Autore di numerosi saggi e volumi sui temi dell’economia finanziaria e dello sviluppo, dell’economia industriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Attualmente si occupa del ruolo dei processi fiduciari nello sviluppo economico e di economia della sostenibilità istituzionale.
