Come evitare la prospettiva di una stagflazione, ossia di una inflazione accompagnata da una recessione, che sarebbe veramente la peggiore delle ipotesi possibili sul futuro
Secondo David Ricardo, insieme a Adam Smith uno dei padri nobili dell’economia moderna: “È il costo di produzione che in ultima analisi regola il prezzo delle merci e non […] il rapporto tra offerta e domanda: la proporzione tra offerta e domanda può senza dubbio influire per un certo periodo sul valore di mercato della merce […] ma tale effetto avrà solo una durata temporanea”. Per quanto formulata due secoli fa questa affermazione fotografa la situazione economica che stiamo vivendo nell’ultimo anno, acuita per dalla guerra russo-ucraina.
Durante la pandemia abbiamo assistito a uno shock congiunto di offerta e di domanda, ossia di contemporanea contrazione della produzione delle imprese e della capacità di spesa delle famiglie, causato dai provvedimenti di lockdown e dalle restrizioni alla mobilità di merci e di persone.
Quella attuale è una crisi generata sostanzialmente da una contrazione dell’offerta di materie prime e di semilavorati che sta influenzando decisamente (e dolorosamente) le catene globali del valore con un forte impatto sui prezzi. L’aumento dei prezzi degli input produttivi incrementa i costi di produzione e, a sua volta, può attivare una spirale inflazionistica con effetti a catena anche sul potere di acquisto delle famiglie.
Secondo David Ricardo, insieme a Adam Smith uno dei padri nobili dell’economia moderna: “È il costo di produzione che in ultima analisi regola il prezzo delle merci e non […] il rapporto tra offerta e domanda: la proporzione tra offerta e domanda può senza dubbio influire per un certo periodo sul valore di mercato della merce […] ma tale effetto avrà solo una durata temporanea”. Per quanto formulata due secoli fa questa affermazione fotografa la situazione economica che stiamo vivendo nell’ultimo anno, acuita per dalla guerra russo-ucraina.
Durante la pandemia abbiamo assistito a uno shock congiunto di offerta e di domanda, ossia di contemporanea contrazione della produzione delle imprese e della capacità di spesa delle famiglie, causato dai provvedimenti di lockdown e dalle restrizioni alla mobilità di merci e di persone.
Quella attuale è una crisi generata sostanzialmente da una contrazione dell’offerta di materie prime e di semilavorati che sta influenzando decisamente (e dolorosamente) le catene globali del valore con un forte impatto sui prezzi. L’aumento dei prezzi degli input produttivi incrementa i costi di produzione e, a sua volta, può attivare una spirale inflazionistica con effetti a catena anche sul potere di acquisto delle famiglie.
Una recente indagine del Centro Studi Tagliacarne su di un campione di 1.600 imprese manifatturiere ci dà un quadro chiaro: per quasi il 90% delle imprese l’impatto del conflitto sarà alto o medio alto e l’aumento dei prezzi (di fonti energetiche e materie prime) è dichiarato da oltre otto imprese su dieci. Quasi un’impresa su due ha problemi di approvvigionamento di materie prime, mentre un’impresa su cinque dichiara problemi di fornitura di energia.
A marzo di quest’anno i prezzi internazionali delle materie prime sono praticamente raddoppiati (+101%) rispetto a gennaio 2020, prima che scoppiasse la pandemia e successivamente il conflitto Russo-Ucraina, i prezzi degli input energetici si sono quasi triplicati (aumentati di 2,6 volte) e quelli degli input industriali (metalli e input di prodotti agricoli) sono aumentati del 60%.
Fino ad ora le imprese hanno contratto i loro margini, ma proseguendo l’aumento dei costi ci potrebbero essere “aggiustamenti” sui prezzi. E nel caso in questione si tratta di costi che crescono per effetto delle dinamiche internazionali.
Qui è attualissimo l’ammonimento di un nostro grande economista, Paolo Sylos Labini, che nel 1972 scriveva: “Il problema della pressione inflazionistica non va visto come un problema interno dei singoli paesi, sia gli aumenti dei prezzi sia gli aumenti dei salari sono condizionati in vari modi da spinte di tipo internazionale”. Oggi, in epoca di fortissima interdipendenza globale economico-sociale è sempre più così rispetto a cinquanta anni fa!
Queste considerazioni perimetrano anche il campo delle policy con alcune avvertenze.
La prima: una crisi generata da pressioni internazionali non può che essere affrontata allo stesso livello. In altri termini serve una risposta concertata a livello globale, per quanto poi gli effetti sui singoli paesi sono molto diversi e dipendono dalle specifiche situazioni economiche (come ci dicono ad esempio i diversi dati sull’inflazione “core” di Stati Uniti rispetto ad altri paesi come l’Italia). E si deve trattare in primo luogo di una risposta sulle politiche di approvvigionamento strategico, quindi basata sui determinanti di tipo reale, piuttosto che su generalizzate restrizioni monetarie, con crescita di tassi di interesse e conseguente impatto negativo sugli investimenti.
Una seconda considerazione è che le policy devono riguardare le imprese e puntare a ridimensionare gli aumenti “esogeni” dei costi di produzione.
Non sappiamo quanto durerà questa fase di tensione sui mercati originata da spinte di tipo congiunturale – pur se i fattori di crisi avranno effetti nel futuro ad esempio sulle tematiche dell’autonomia strategica – ma a breve termine, per impedire che il rimbalzo dei costi si trasformi in duraturo incremento dei prezzi, con perdita di potere di acquisto e decisa contrazione anche della domanda di beni e di servizi, serve agire per ridurre i rincari “esogeni” delle materie prime, restituendo alle imprese un quadro di compatibilità.
Da qui la necessità a brevissimo termine di interventi sui costi dell’energia e dall’altro, a medio termine, di una politica di diversificazione delle fonti energetiche più pragmatica, che non escluda pregiudizialmente opzioni oggi “ambientalmente” molto più praticabili rispetto al passato.
E poi serve accelerare gli interventi per incrementare la Produttività Totale dei Fattori produttivi, ossia quella che non dipende dagli investimenti e dagli input di lavoro, ma da tutti quegli aspetti al di fuori del “cancello” dell’impresa, come gli oneri e appesantimenti burocratici che gravano come costi “impropri” sulle aziende. Secondo una valutazione dell’Istituto Tagliacarne la riduzione di un terzo del tempo dedicato dalla forza lavoro interna per adempimenti burocratici e reimpiegato nella produzione comporterebbe un aumento della produttività aziendale tra lo 0,5% e l’ 1,1%.
Perciò dimensione internazionale e politiche di offerta sono oggi una chiave di risposta, per evitare la prospettiva di una stagflazione, ossia di una inflazione accompagnata da una recessione, che sarebbe veramente la peggiore delle ipotesi possibili sul futuro.
di Gaetano Fausto Esposito, Direttore Generale Centro Studi delle Camere di Commercio “Guglielmo Tagliacarne” e docente di Economia Politica all’Universitas mercatorum. Autore di numerosi saggi e volumi sui temi dell’economia finanziaria e dello sviluppo, dell’economia industriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Attualmente si occupa del ruolo dei processi fiduciari nello sviluppo economico e di economia della sostenibilità istituzionale.
