Un’economia italiana più aperta e internazionale? Ri-partiamo dai territori

“In Italia si sta bene, in Italia si sta male…si sta bene si sta male si sta come si sta” era il ritornello di una canzone dell’attore Paolo Rossi di diversi anni fa. Ma insomma quanto è attrattivo il nostro Paese dal punto di vista economico? Quanto si sta bene o si sta male?

Dibattito riacceso in questi giorni alla luce dei primi provvedimenti del governo volti a rendere più “responsabile” l’utilizzo delle agevolazioni da parte delle imprese che potrebbero poi delocalizzare una volta ottenuto il …”malloppo”.

Una questione che incrocia il nostro grado di apertura internazionale, in un Paese dove negli ultimi anni le esportazioni hanno rappresentato – a parte qualche recente eccezione – l’unico volano di quel poco d’incremento di Pil che c’è stato.

E partiamo proprio da questo: nel 2017 il nostro Pil è stato ancora inferiore del 5,5% a quello del primo trimestre 2008, all’avvio della Grande crisi, mentre in Spagna, Francia e Germania è già stato superato. Ma forte è stato il contributo delle esportazioni, cresciute più della media mondiale ed europea.

Siamo considerati un Paese più attrattivo dalle maggiori imprese estere: la multinazionale della consulenza AT Kearney ci dice che dopo tredici anni abbiamo recuperato la decima posizione per attrattività economica secondo l’opinione di 500 manager di multinazionali. Sì, però tutto questo non si traduce ancora in investimenti diretti… forse serve tempo.

Come siamo messi al riguardo? L’Italia ha un grado di internazionalizzazione sia attiva che passiva ancora inferiore a quella dei nostri partner. Oggi il rapporto tra investimenti in entrata e Pil è meno del 19%, di molto inferiore alla media mondiale (35%) addirittura quasi 2,5 volte più basso di quello europeo (9,3%), meno della metà di quello spagnolo e comunque molto inferiore a Germania (22%) e Francia (28,3%). Nel 2017 sono entrati investimenti per 17 miliardi di dollari, in Germania per quasi 35 miliardi, in Francia per circa 50 e anche la Spagna ci ha sopravanzato con 19 miliardi di dollari.

Siamo un’economia di trasformazione, ma il grado di apertura internazionale del Paese, pur cresciuto negli ultimi anni (dal 55% del 2004 al 61% del 2017) è ancora inferiore a quello della Francia (oggi 65%) e della Germania (dove è il 93%). Di fatto stiamo come la Spagna, che però ha un’economia manifatturiera molto inferiore.

E la nostra propensione a vendere prodotti all’estero è ancora il 32%, a fronte del 50% della Germania e di quasi il 33% della Spagna.

Tutto questo per dire che abbiamo fatto molti progressi, ma occorre ancora lavorare per fare crescere l’apertura internazionale del Paese, unica strada per migliorare le performance di un’economia che ha il suo successo nel livello di integrazione internazionale, non in quello di protezione.

Per l’Italia crescita delle importazioni e delle esportazioni sono spesso collegate: già oggi oltre un quarto del valore aggiunto dei prodotti esportati dipende dall’acquisizione di beni dall’estero, una percentuale in linea con quella dei principali competitor europei. Esportazione chiama importazione: nel 2009 la propensione a esportare era di circa il 23%, oggi siamo al 32%; nello stesso periodo la propensione all’importazione è cresciuta di cinque punti.

Le imprese che vendono all’estero sono più innovative e più cresce il fatturato esportato più aumenta la capacità di innovare. E qui è il punto: come fa un Paese che ha dimostrato di saper competere sui mercati internazionali, che ha acquisito una percezione positiva, a non disperdere il capitale di reputazione accumulato grazie alle imprese che “ce l’hanno fatta” e anzi ad ampliare la sua base esportativa e ad attrarre più investimenti dall’estero?

Oggi in Italia ci sono circa 217 mila operatori che esportano, ma quasi il 75% delle vendite all’estero è fatto da chi vende da 15 milioni di euro in su, appena il 2% degli esportatori complessivi!

Occorre ampliare non solo il numero degli esportatori, ma soprattutto la capacità di quelli più piccoli, di lavorare in modo più stabile e consistente all’estero, e occorre farlo a partire dai territori italiani, con un’azione puntuale e capillare. Perché è sul territorio che queste imprese vivono ed è a questo livello che vanno intercettate e sostenute se hanno potenzialità. Invertendo la recente tendenza che ha cercato di penalizzare l’azione a livello locale per presunte motivazioni di maggiore efficienza centralizzatrice… Che però finisce per soccorrere i “soliti noti”!

Poi c’è anche l’esigenza di aumentare l’effettiva localizzazione di buoni investimenti dall’estero. Qui è importante rappresentare le opportunità esistenti, ma anche lavorare sempre sul territorio perché i fattori in base ai quali le imprese decidono di localizzarsi sono sempre meno di tipo finanziario (le agevolazioni) e sempre più riguardano la disponibilità di facilities in termini di infrastrutture, di capitale umano e conoscenza.

Anzi uno degli elementi su cui fare leva è proprio la disponibilità di competenze pregiate, in termini di migliore qualità del personale e know how, che spesso si accumulano a livello locale, con una continua interazione con le reti internazionali. Un buon lavoro condotto sugli incentivi reali (qualificazione delle risorse umane) sicuramente avrà un impatto positivo su questi investimenti, riducendo il rischio di iniziative “predatorie”, motivate solo dalla volontà di sfruttare incentivazioni finanziarie e al contempo contribuendo ad “aprire” i nostri contesti locali.

di Gaetano Fausto Esposito – Segretario Generale di Assocamerestero

Gaetano Fausto Esposito, economista si occupa di analisi economica e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. È autore di numerosi saggi sui temi che riguardano i regimi capitalistici, l’economia finanziaria e dello sviluppo, l’economia industriale, l’analisi economico-territoriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Già direttore dell’Area Studi e ricerche dell’Istituto Guglielmo Tagliacarne, componente dell’Unità di valutazione degli investimenti pubblici e docente di Economia applicata in diversi Atenei, attualmente insegna presso l’Università telematica Universitas mercatorum ed è Segretario Generale di Assocamerestero (l’Associazione delle Camere di Commercio Italiane all’Estero).