Nautica da diporto: una capacità di sopravvivenza da trasformare in riscossa

L’inserto Nordest economia dedicato alla nautica da diporto, con i quotidiani del Gruppo Gedi, Mattino di Padova, Tribuna di Treviso, la Nuova di Venezia-Mestre, il Corriere delle Alpi, il Messaggero Veneto e Il Piccolo.  L’analisi di Mario Volpe

La nautica da diporto rappresenta un’area di specializzazione produttiva importante e promettente per il sistema economico del Nordest.

Gli anni scorsi hanno visto un pesante ridimensionamento della domanda nazionale: il valore della produzione nazionale di nuove imbarcazioni vendute sul mercato interno è passato dai 616 milioni di euro del 2010 agli 86 milioni del 2014, ma negli anni più recenti si vede una ripresa, con un dato nel 2017 pari a 287 milioni di euro.

Una produzione italiana che ha saputo, anche negli anni più difficili, mantenere una componente di produzione destinata ai mercati esteri sempre significativamente più ampia di quella destinata al mercato interno, con un valore ben superiore al miliardo di euro dal 2010 in avanti (nel 2017 il valore della produzione italiana di nuove imbarcazioni è pari a 1,8 miliardi di euro).

Esportazioni che consentono un attivo della bilancia commerciale e un posizionamento dell’Italia tra i primi esportatori mondiali.

Se si considera poi l’insieme delle attività economiche coinvolte nel settore, il Triveneto dimostra la notevole importanza di diverse specializzazioni settoriali: dalla produzione di arredi e di interni, alle componenti elettroniche, al design e progettazione, ai servizi inclusi nel prodotto finito.In occasione della edizione del Salone nautico di Venezia, il mese scorso, le due Università veneziane, in un progetto sponsorizzato dalla Fondazione di Venezia, hanno cercato di ricostruire il valore complessivo della nautica da diporto, in Italia e nel Triveneto.

Credo valga la pena di riprenderne gli elementi più interessanti.Il primo aspetto riguarda la consistenza della produzione di barche per il mercato interno: una caduta clamorosa dagli anni ’90.

Si ridimensiona la domanda italiana e di conseguenza la produzione per il mercato interno cala drasticamente.

Quali sono le cause?

Due quelle principali: 1) la riduzione della domanda a seguito della crisi economica (la nautica da diporto corrisponde a beni “non inferiori”, quindi correlati direttamente al livello del reddito e delle aspettative di congiuntura economica); 2) le manovre fiscali degli anni ’90 (i provvedimenti del governo Monti) che hanno penalizzato il possesso e l’acquisto delle barche, oltre ad avere spostato l’impatto economico della gestione della flotta in paesi limitrofi.

A fronte di una contrazione davvero marcata, spicca la capacità di sopravvivenza dell’industria italiana grazie ad una intensificazione della produzione per i mercati esteri.

Se la produzione italiana è riuscita a penetrare in mercati internazionali competitivi, evidentemente la qualità del prodotto italiano è stata apprezzata.

Negli ultimi anni si assiste ad una timida ripresa della domanda nazionale, certamente non sufficiente a ricostruire la dimensione del mercato degli anni ’80.

Ma se congiuntura economica negativa e politiche penalizzanti non hanno dissolto il settore, cosa potrebbe succedere con politiche incentivanti e selettive, magari su temi di frontiera quali l’adozione di tecnologie di frontiera e la sostenibilità?

Guardando anche ai dati specifici del Triveneto, credo che il settore della nautica potrebbe rappresentare uno dei settori di specializzazione promettenti per il Nordest.

Questa impressione viene rafforzata dall’analisi complessiva delle filiera, o della catena del valore.

Ovvero l’analisi di come il settore sia organizzato nelle varie fasi produttive e di come il valore finale del prodotto venga creato dalla contribuzione delle diverse aziende intermedie.

Detto in parole semplici, il prodotto finale contiene il valore creato da tutte le fasi intermedie della produzione e questo si calcola con il valore della produzione finale: ma la consistenza della produzione intermedia nel territorio consiste in un plus: in termini di occupazione, competenza produttiva, qualificazione del capitale umano, remunerazione dei fattori della produzione, complessità e capacità di innovazione.

Abbiamo differenziato l’analisi per macro-settori: prodotto finale; prodotti intermedi; servizi; vendita e distribuzione; design, ricerca e sviluppo. Per ognuna di queste fasi abbiamo ricostruito, per il 2017, il valore della produzione sulla base dei dati di bilancio delle singole aziende operanti nel settore, analizzando anche il dato del valore aggiunto e della produzione.

Tra le attività relative al prodotto finito della filiera, la cantieristica vale in Italia circa 5,1 miliardi di euro, prodotti da quasi 1.000 aziende, con più di 21.000 addetti.

Il Triveneto svolge un ruolo importante rispetto al dato nazionale; poco meno di 3 miliardi di euro di fatturato, creato da 123 aziende. L’occupazione è nel Triveneto di 9.592 dipendenti, pari al 45% del dato nazionale.

Interessante notare come i dati rivelino un valore aggiunto medio (per dipendente) superiore al dato italiano: 93.000 euro contro 73.000 euro per l’Italia. Importanti per il Triveneto sono i settori della integrazione dei sistemi, controlli e collaudi, con un valore di 1,3 miliardi di fatturato e un ruolo importante ( 17 %) rispetto al dato nazionale.

L’analisi del macro-settore dei beni intermedi conferma la prevalenza della specializzazione manifatturiera del triveneto, dove contano di più le componenti rispetto all’assemblaggio. Materiali e componenti, assemblaggi, sistemi ed equipaggiamento valgono per il Triveneto 42 milioni di euro di fatturato, circa il 10% del valore nazionale.

Più nello specifico, la produzione tessile e l’arredamento relativo ad aziende del triveneto che producono beni tessili e di arredamento per la nautica vale per il 2017 circa 19 milioni di euro, pari al 21% del dato nazionale. Lo stesso per i prodotti della chimica, plastica e gomma: 16 milioni di fatturato e il 21% dell’occupazione rispetto al dato italiano.

Per quanto riguarda i servizi connessi alla filiera della nautica da diporto, il Triveneto ha un peso alto rispetto al dato nazionale per i servizi di manutenzione e riparazione: 154 milioni di euro di fatturato, 64 milioni di valore aggiunto e 1.039 occupati, rispettivamente l’11%, il 12% ed il 9% del dato nazionale.

Ma sia per questo macro-settore che per i servizi di vendita e noleggio, le attività sono contenute, sia in Italia che nel Triveneto, rispetto a quanto avviene a livello internazionale: il macro-settore vale in Italia il 9% rispetto all’intera filiera e nel triveneto il 7%.

Infine un cenno alle attività di progettazione e design, che rientrano nel novero delle specializzazioni produttive di avanguardia: i dati rivelano un valore contenuto, sicuramente inferiore al peso di eccellenze che erano presenti anni fa e che sono oggi ridimensionate: design e progettazione valgono oggi nel Triveneto solamente 12 milioni di euro per il 2017, un peso trascurabile sul valore della filiera.

Ma è questa una attività che potrebbe essere rilanciata, anche attraverso l’avvio di percorsi di formazione avanzata delle università veneziane e venete.Alla analisi qui presentata andrebbero aggiunti i settori di indotto più indiretti ma non meno importanti: il turismo connesso alla nautica, sia nelle modalità tradizionali (la gestione delle imbarcazioni di proprietà) che in quelle innovative (i noleggi e le nuove forme di turismo sostenibile), nonché le attività culturali e creative incentrate sulla nautica in generale.

Va anche citata la complementarietà del sistema complessivo della nautica da diporto del territorio con aree limitrofe a livello internazionale: Slovenia e Croazia rappresentano aree con cui si possono sviluppare accordi per il rilancio del settore, sia a livello produttivo (un cluster della nautica) che turistico (un accordo tra marine e itinerari), dando un dimensionamento internazionale ad un settore che nei prossimi anni vedrà probabilmente un rilancio importante.

E soprattutto un settore caratterizzato da significative innovazioni, nel campo dei materiali, dell’energia, della gestione dei mezzi, ma anche potenzialmente favorevole per la specificità produttiva e per la tradizione storica e culturale del territorio nella produzione di imbarcazioni e di tutto ciò che vi sta intorno.