Primo posto in Italia per crescita dei servizi finanziari, immobiliari e professionali. Nel 2025 incremento complessivo dell’1,69%, inferiore alla media nazionale. In difficoltà agricoltura e costruzioni.
La Puglia chiude il 2025 con un valore aggiunto* di oltre 86,2 miliardi di euro, in crescita dell’1,69% rispetto al 2024. Un incremento inferiore sia alla media nazionale (+2,30%) sia a quella del Mezzogiorno (+2,24%), che colloca la regione al diciottesimo posto in Italia per dinamica di crescita.
A sostenere l’economia regionale sono soprattutto i servizi, con la Puglia al primo posto nazionale per crescita del valore aggiunto nelle attività finanziarie e assicurative, immobiliari, professionali, scientifiche e tecniche e nei servizi di supporto alle imprese. Il comparto registra un incremento del 3,32%, superiore alla media italiana del 2,39%, e genera complessivamente 22,56 miliardi di euro, pari al 26,16% del valore aggiunto regionale.
È quanto emerge dall’analisi sul valore aggiunto provinciale a prezzi correnti realizzata dal Centro Studi delle Camere di commercio Guglielmo Tagliacarne e Unioncamere, e rielaborata su scala regionale da Unioncamere Puglia, che restituisce un quadro delle trasformazioni in atto nelle economie territoriali.
Positivo, in Puglia, anche l’andamento delle attività che comprendono pubblica amministrazione, istruzione, sanità, assistenza sociale e servizi alla persona, con un incremento del valore aggiunto del 2,83%, seconda migliore performance tra le regioni italiane. Il comparto genera complessivamente 22,61 miliardi di euro.
Cresce del 2,40% anche il valore aggiunto di commercio, trasporti, logistica, alloggio, ristorazione, informazione e comunicazione, un risultato che colloca la Puglia al quinto posto nazionale per dinamica del settore.
Le maggiori difficoltà si concentrano invece nell’agricoltura e nelle costruzioni. Il valore aggiunto agricolo pugliese diminuisce del 4,93%, registrando la peggiore performance tra le regioni italiane, in netta controtendenza rispetto alla crescita nazionale del 6%. Il comparto genera 3,26 miliardi di euro, pari al 3,78% del valore aggiunto regionale.
In flessione anche le costruzioni, che registrano una contrazione del 4,58%, a fronte di un incremento nazionale del 3,43%. Il valore aggiunto del settore si attesta a 5,75 miliardi di euro.
Cresce invece soltanto dello 0,34% l’industria in senso stretto, collocando la Puglia al diciottesimo posto tra le regioni italiane per dinamica del comparto. Il settore genera un valore aggiunto di 10,91 miliardi di euro.

«La buona performance dei servizi – commenta Vincenzo Cesareo, presidente di Unioncamere Puglia – testimonia la capacità del nostro sistema economico di evolversi e sviluppare nuove competenze. Al tempo stesso, le difficoltà dell’agricoltura, delle costruzioni e di alcuni comparti industriali evidenziano le fragilità del tessuto produttivo regionale.
«Dietro questi dati – prosegue il presidente – ci sono territori alle prese con trasformazioni complesse, in cui il futuro delle attività produttive si intreccia con la tutela dell’occupazione, la sostenibilità ambientale e la tenuta sociale delle comunità. È fondamentale evitare che queste transizioni comportino un impoverimento della nostra capacità industriale».
«Servono investimenti, innovazione e politiche capaci di valorizzare le vocazioni dei territori. Il sistema camerale pugliese – conclude Cesareo – è impegnato ad accompagnare le imprese, favorendo la diversificazione produttiva e l’accesso ai mercati. L’obiettivo è trasformare la crescita in nuove opportunità di sviluppo e lavoro per l’intera regione».
Le province pugliesi: Lecce prima per crescita, Taranto in difficoltà
Tutte le province pugliesi registrano una variazione positiva del valore aggiunto complessivo, ma nessuna raggiunge la media nazionale del 2,30%.
A guidare la graduatoria regionale è Lecce, con un incremento dell’1,94% e un valore aggiunto di 15,64 miliardi di euro. Seguono Bari (+1,83%), Brindisi (+1,81%) e Foggia (+1,73%). Più contenuta la crescita di Barletta-Andria-Trani (+1,25%) e Taranto (+1,14%).
Il quadro cambia se si osservano i singoli comparti. Nell’industria si distingue Foggia, con una crescita del 4,35%, che la colloca al quattordicesimo posto nella graduatoria delle 107 province italiane. All’estremo opposto si trova Taranto, dove il valore aggiunto industriale arretra del 2,98%, uno dei risultati peggiori a livello nazionale.
Bari registra una crescita industriale dello 0,18%, mentre nella provincia di Barletta-Andria-Trani il comparto perde l’1,44%.
Il settore agricolo presenta una situazione particolarmente critica: tutte e sei le province pugliesi registrano una flessione. Le diminuzioni vanno dal 2,16% di Lecce al 6,15% di Taranto. Anche nelle costruzioni il segno è negativo in tutte le province, con variazioni comprese tra il -3,43% di Bari e il -6,91% di Barletta-Andria-Trani.
A compensare parzialmente queste difficoltà è la crescita delle attività finanziarie, immobiliari, professionali e dei servizi di supporto, positiva in tutto il territorio regionale. In questo comparto Barletta-Andria-Trani si colloca addirittura al primo posto nazionale tra le province, con un incremento del 3,66%, seguita, in Puglia, da Lecce (+3,44%), Brindisi (+3,42%), Bari (+3,30%), Taranto (+3,22%) e Foggia (+3,02%).
Il divario della ricchezza prodotta: Puglia diciottesima per valore aggiunto pro capite
Resta significativo il divario territoriale nella ricchezza prodotta per abitante. Nel 2025 il valore aggiunto pro capite della Puglia è pari a 22.273 euro, contro una media nazionale di 34.317 euro. La regione si colloca al diciottesimo posto in Italia, con un valore equivalente al 64,9% della media nazionale.
Anche all’interno della Puglia emergono differenze rilevanti. Bari presenta il valore aggiunto pro capite più elevato, con 25.884 euro, seguita da Taranto (21.771), Foggia (20.864), Brindisi (20.779), Lecce (20.493) e Barletta-Andria-Trani (18.618).
I dati descrivono dunque un’economia regionale che continua a crescere, ma con una velocità inferiore rispetto al resto del Paese e con una progressiva differenziazione tra i settori tradizionali e le attività legate ai servizi.
*Nota metodologica. Il valore aggiunto misura la nuova ricchezza generata dalle attività economiche ed è dato dalla differenza tra il valore della produzione e quello dei beni e servizi intermedi impiegati per realizzarla. I dati sono espressi a prezzi correnti. Il valore aggiunto pro capite è calcolato rapportando il valore aggiunto annuo alla popolazione residente media, determinata come semisomma della popolazione al 1° gennaio e al 31 dicembre, sulla base dei dati demografici Istat. Le stime tengono conto dell’ultima revisione del quadro nazionale Istat, delle stime macro-ripartizionali del PIL e dei conti regionali dell’agricoltura.

