Il modello di sviluppo italiano ha saputo tenere insieme due cose che raramente vanno d’accordo: la coesione dei territori e la competitività. Le performance straordinarie dell’export lo dimostrano. Eppure, ogni anno ci confrontiamo con un fenomeno che meriterebbe più attenzione: il continuo flusso migratorio di tanti giovani verso l’estero.
Tra il 2019 e il 2023 hanno lasciato l’Italia 190.000 giovani; una parte è rientrata, ma la gran parte è rimasta a lavorare all’estero. Di questi, circa 58.000 erano laureati. I motivi per i quali si muovono sono diversi, dalle condizioni lavorative, a prospettive più interessanti di carriera, al miglior riconoscimento degli studi fatti. Ma di gran lunga al primo posto c’è la questione dei livelli salariali, significativamente più bassi in Italia.
Al di là dell’impatto demografico (piccolo, ma c’è), quando un giovane formato se ne va, il Paese perde tre cose insieme: l’investimento pubblico e familiare fatto sulla sua formazione; una quota della propria capacità di innovare e il ricambio della classe imprenditoriale. E quest’ultimo punto è misurabile precisamente: in quindici anni le imprese giovanili sono scese dall’11% all’8% del totale delle imprese italiane nel 2025.
Gli incentivi fiscali possono servire e sono serviti per favorire il loro rientro, ma cosa si può fare per rendere il mondo del lavoro in Italia più attrattivo, in modo che i tanti che emigrano preferiscano restare e non andare via? Possiamo dirci che la questione legata al livello non adeguato delle retribuzioni è diventato un vincolo per lo sviluppo del nostro Paese? E che nella grande transizione tecnologica che stiamo vivendo la capacità di non far andar via i talenti, anzi di attrarli e saperli valorizzare, è un tema decisivo che ha un grande impatto economico oltre che sociale? Può diventare una priorità per la nostra politica economica?

Giuseppe Tripoli
Segretario generale di Unioncamere
