La lotta alla disaffezione per il lavoro passa per la crescita delle retribuzioni di Gaetano Esposito

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Tra il 2007 e il 2022 la forbice tra l’aumento dei salari (nominali) e quello dei prezzi (di alimentari ed energia, il “core” del paniere di spesa delle famiglie) è aumentata di ben 34 punti percentuali
Secondo la “curva di Beveridge”, dal nome dell’economista e sociologo William Beveridge, all’aumentare del numero di posti di lavoro vacanti si riduce il tasso di disoccupazione. Questa relazione è stata utilizzata per definire il grado di efficienza del mercato del lavoro nel senso che se un più basso tasso di posti vacanti si associa a un basso tasso di disoccupazione il mercato del lavoro è più efficiente perché chi domanda lavoro trova professionalità disponibili, se invece un alto tasso di disoccupazione si confronta con un alto tasso di posti vacanti vuol dire che il mercato del lavoro è inefficiente.

A guardare i dati sulla difficoltà delle imprese a trovare lavoratori, in presenza di un tasso di disoccupazione tendenzialmente flettente, ma che rimane comunque a livelli più alti rispetto alla media europea, si dovrebbe concludere che il nostro è un mercato del lavoro decisamente poco efficiente.

Bella scoperta! Si tratta da sempre di una caratteristica italiana, ma negli ultimi anni, a fronte della crescita del fenomeno del mismatch (la mancanza di incontro tra richieste delle imprese e offerta di lavoro) la responsabilità di questa situazione è stata imputata sostanzialmente a due fattori: inadeguata preparazione professionale e tendenziale orientamento dei lavoratori, soprattutto giovani, a concepire sempre meno il lavoro come strumento di realizzazione personale.

Secondo un’analisi della Deloitte il 62% dei Millennials (nati nel periodo 1981-1996) afferma che il lavoro è centrale per la propria identità, ma la quota scende al 49% per la cosiddetta Generazione Z (nati nel periodo 1997-2012).

E’ sicuramente possibile che negli ultimi anni sia aumentato il valore del tempo da utilizzare per sviluppare e manutenere relazioni personali e amicali (l’87% degli occupati in Italia sostiene di dedicare troppo tempo al lavoro e di volerlo ridurre a favore di relazioni sociali e hobby) e questo può influenzare le scelte lavorative, ma porre il problema solo in termini di motivazioni personali e psicologico/sociali tende a far passare in assoluto secondo piano gli aspetti retributivi, le condizioni dell’ambiente in cui il lavoro è svolto e la questione della produttività.

Il lavoro è sempre più segmentato ed è urgente che le risposte siano trovate a livello individuale, ampliando i margini di flessibilità aziendale, ma l’analisi dei fenomeni aggregati può darci qualche utile indicazione.

Il primo dato è che dalla Grande crisi del 2007 al 2022 è diminuita l’occupazione nell’industria, nell’agricoltura e nella pubblica amministrazione, a fronte di una espansione di circa 1,2 milioni nel terziario di mercato, ed in particolare nella categoria del commercio alberghi e pubblici esercizi, che ha assorbito larga parte della nuova occupazione. Si tratta però di un settore in cui c’è una maggiore presenza di imprese meno consolidate e la stessa occupazione è meno stabile: i contratti a tempo determinato incidono per il 23% (anche a causa della stagionalità), contro il 12% dell’industria.

Guardiamo alle retribuzioni: secondo l’Ocse nel 2022 l’Italia ha subito il maggior calo delle retribuzioni reali tra i principali paesi dell’Organizzazione (7,5%) rispetto al periodo pre-pandemico, in più a partire dal 2007 la crescita dei prezzi ha sottratto oltre un terzo del potere di acquisto.

Tra il 2007 e il 2022 la forbice tra l’aumento dei salari (nominali) e quello dei prezzi (di alimentari ed energia, il “core” del paniere di spesa delle famiglie) è aumentata di ben 34 punti percentuali.

Se grossomodo fino al 2020 c’era una sorta di “patto implicito” per cui la moderazione retributiva trovava un contrappeso nella “moderazione inflattiva”, dal 2021 il patto è saltato. Le retribuzioni reali si sono ridotte moltissimo, tanto che secondo una indagine del Censis con Eudaimon il 44% degli occupati considera l’attuale retribuzione inadeguata alle proprie esigenze.

Ultimo elemento lo traiamo dalle conclusioni cui giunge Francesca Coin nel suo volume “Le grandi dimissioni”, quando sintetizza le motivazioni della disaffezione per il lavoro nei bassi compensi e in un ambiente di lavoro non stimolante e a tratti anche ostile. Secondo la Coin se: “tutte queste problematiche non possono essere ridotte a una bassa retribuzione, una bassa retribuzione non offre una contropartita sufficiente a chi cerca le motivazioni per sopportarle”.

Ma allora l’inefficienza del mercato del lavoro va ricercata anche (e in buona parte) all’interno dell’impresa e della sua capacità/possibilità di offrire situazioni complessive di lavoro più attraenti in termini di retribuzione e condizioni accessorie e quindi anche più costose.

Qui però si apre una considerazione sulla produttività: l’occupazione è cresciuta nei settori a minore produttività (il terziario di mercato) e un’impresa deve sempre confrontare costi e produttività (dei fattori e del lavoro) se vuole continuare a rimanere sul mercato. Tuttavia spesso le aziende che occupano non riescono ad assicurare migliori (e quindi più onerose) condizioni lavorative anche per un eccessivo peso contributivo, il cuneo fiscale tra costo del lavoro e retribuzione effettiva, che rischia di far sballare il confronto con la produttività nel caso di aumento della onerosità del fattore lavoro.

Alla vigilia dell’impostazione della Legge di bilancio 2024 questo rappresenta un argomento di riflessione se vogliamo sviluppare al meglio le condizioni affinchè il mismatch tra domanda e offerta sia affrontato con decisione, puntando a spostare la curva di Beveridge nella direzione di una effettiva maggiore efficienza nel mercato del lavoro.

Gaetano Fausto Esposito, Direttore Generale Centro Studi delle Camere di Commercio “Guglielmo Tagliacarne” e docente di Economia Politica all’Universitas mercatorum. Autore di numerosi saggi e volumi sui temi dell’economia finanziaria e dello sviluppo, dell’economia industriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Attualmente si occupa del ruolo dei processi fiduciari nello sviluppo economico e di economia della sostenibilità istituzionale.