L’Italia insegna alla Cina a rispettare l’ambiente

L’Italia come eccellenza tecnologica nel settore dello sviluppo sostenibile, delle energie rinnovabili e delle nuove forme di economia circolare. È questa l’immagine del nostro Paese che emerge dopo 15 anni di Sicab (Sino-Italian Capacity Building), il programma di Alta Formazione, promosso dal Ministero dell’Ambiente italiano, all’interno del rapporto di Cooperazione Italia-Cina per la protezione ambientale, avviato nel 2000.

Più di 10mila i rappresentati del governo, degli istituti di ricerca e dei settori privati, formati in questi anni in Italia – tra questi, l’attuale ministro cinese dell’ambiente – cui si aggiungono gli oltre 800 del nuovo biennio 2018-2019, che vede in prima fila, nella cordata di istituzioni e aziende italiane, il Politecnico di Milano, l’Università degli Studi di Roma La Sapienza e il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici.

Può suonare strano immaginare il nostro Paese come un modello di un’imprenditoria sostenibile e di uno sviluppo attento all’ambiente, quando da Torino a Padova, passando per Milano, le nostre città sono sature di smog e pericolosamente inquinate. Può anche stupire che un colosso come la Cina che, dopo anni di crescita economica priva di qualunque attenzione alle ricadute ambientali, abbia deciso di investire 360 miliardi di dollari nelle energie rinnovabili entro il 2020, abbia scelto l’Italia come punto di riferimento d’eccellenza nella formazione dei vertici cinesi nel settore della sostenibilità.

“Non c’è nulla di incredibile in questa decisione”, spiega Giuliano Noci, prorettore per la Cina del Politecnico di Milano. “In Italia ci sono tante eccellenze tecnologiche in questo campo, che vengono riconosciute più all’estero che qui, tanto che l’export nei confronti della Cina è cresciuto del 30%. Il nostro problema non è l’assenza di know how, ma l’incapacità di valorizzarlo su larga scala. Perché la bilancia commerciale tedesca è in positivo? Perché la Germania ha capito che solo partendo dalla formazione si può fare business in un mercato enorme come quello cinese. Insomma”, conclude Noci, “l’università come veicolo pre-commerciale e di sviluppo economico”.

In un momento storico in cui dazi e protezionismo portano a guerre commerciali in cui non sembra esserci alcuna opportunità di crescita, puntare sulla formazione è il mezzo migliore per avere risultati economici di ampio respiro, dove le aziende italiane riescono a imporsi con successo anche in Cina. L’ultimo esempio? “Le caldaie che devono soddisfare i nuovi standard di sostenibilità ambientale”, spiega Francesco La Camera, Direttore Generale MATTM. “C’è una tale richiesta dalla Cina che le nostre aziende non riescono a soddisfare la domanda”.

Dalla stesura del protocollo di Kyoto agli accordi di Parigi, il programma di formazione Sicab si è adeguato alle richieste non solo del governo cinese, ma anche dei cambiamenti climatici in corso, presentandosi sempre più come uno strumento efficace nelle politiche di salvaguardia ambientale. Tra i temi affrontati, sulla base delle specifiche esigenze cinesi, ci sono la tutela del suolo e la gestione delle risorse idriche, il controllo e la riduzione dell’inquinamento atmosferico, la gestione dei rifiuti e lo sviluppo urbano sostenibile. “Con il Sicab non facciamo solo un lavoro formativo e di spinta economica: puntiamo a un cambiamento di mentalità”, aggiunge La Camera.

Tra le realtà italiane coinvolte nel nuovo biennio, si contano il Gasometro Ladurner ad Albairate, alle porte di Milano, un eco-progetto di digestione anaerobica della raccolta organica dei rifiuti, il termovalorizzatore Silla 2, nel quartiere Figino di Milano, che dal trattamento dei rifiuti produce energia elettrica e acqua calda per la rete di teleriscaldamento delle zone limitrofe, l’Arpa Lombardia e l’Asja Ambiente Rivoli Torino.