Un’economia “resiliente”, un Paese che dovrà “valorizzare il suo capitale umano”, investendo in “istruzione, competenze digitali e innovazione”, e che dovrà confrontarsi “con il crescente invecchiamento della popolazione e con una natalità ai minimi storici” e, quindi, con “la sostenibilità del sistema di welfare e di quello sanitario”; che dovrà “valorizzare pienamente” i suoi giovani che invece continuano ad emigrare configurando “un’emorragia di competenze che assume toni particolarmente critici per il Mezzogiorno”.
Questa l’Italia restituita dai numeri raccolti e analizzati dall’Istat nel Rapporto annuale 2026 che, nell’anno del Centenario dell’Istituto nazionale di statistica, giunge alla sua 34ª edizione, offrendo un quadro informativo integrato sulle sfide che l’Italia è chiamata ad affrontare in ambito economico, demografico e sociale.
Il rapporto è stato presentato oggi a Montecitorio dal Presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. L’evento ha dato il via alle celebrazioni ufficiali dell’anniversario.
I DATI
Nell’ultimo decennio la popolazione è diminuita di oltre un milione di unità (da 60,2 milioni al 1° gennaio 2016 a 58,9 milioni al 1° gennaio 2026). Sebbene il tasso di crescita dei residenti sia quasi nullo nel 2025, le dinamiche demografi che non segnano un’inversione di tendenza rispetto al recente passato. Il saldo naturale, infatti, continua a essere negativo (-296 mila unità) ed è compensato da un saldo migratorio positivo della medesima entità (+296 mila unità), che mantiene stabile la popolazione complessiva.
L’andamento demografico non è uniforme sul territorio nazionale. Nel 2025, la popolazione è stabile al Centro e in aumento al Nord, mentre diminuisce al Sud e nelle Isole. Anche le Aree Interne perdono popolazione, specialmente quelle del Mezzogiorno. Gli stranieri residenti proseguono a salire di numero, arrivando a rappresentare il 9,4 per cento della popolazione, mentre, in seguito alle recenti modifiche normative, le acquisizioni di cittadinanza italiana (196 mila nel 2025) risultano in flessione rispetto al biennio precedente.
Al 1° gennaio 2026, l’età media della popolazione residente è di 47,1 anni, in crescita di quasi due mesi e mezzo rispetto all’anno precedente. I giovani fino a 14 anni costituiscono l’11,6 per cento della popolazione, mentre gli individui di 65 anni e più, aumentati dell’11,3 per cento in un decennio, sono arrivati a rappresentare il 25,1 per cento del totale.
Il calo delle nascite, che si associa a un’età media al parto elevata (32,7 anni, nel 2025), è alimentato, oltre che dalla minore propensione ad avere figli, anche dalla ridotta consistenza delle generazioni in età riproduttiva, sempre meno numerose nella popolazione. Nel 2025, le nascite si attestano a 355 mila unità, in calo del 3,9 per cento rispetto all’anno precedente; il numero medio di figli per donna tocca un minimo storico di 1,14, collocando l’Italia tra i paesi europei con la fecondità più bassa. Le donne diplomate o laureate, in particolare, presentano livelli di fecondità meno elevati e calendari riproduttivi più tardivi, con una concentrazione delle nascite in un intervallo di età più ristretto. In questo contesto, si riduce la quota di 18-49enni che esprimono l’intenzione di avere un figlio (dal 50,7 per cento del 2003 al 45,3 per cento del 2024), frenati principalmente da incertezze economiche e lavorative.
La mobilità sul territorio costituisce una componente strutturale dei processi di integrazione economica e sociale. In Italia, nel periodo 2015-2024, il saldo migratorio dei cittadini italiani è rimasto sistematicamente negativo, con un aumento di espatri che, non compensato dai rimpatri, ha determinato una perdita netta di circa 590 mila residenti italiani.
Al contrario, i saldi migratori della componente straniera sono risultati ampiamente positivi in tutte le classi di età. Nel 2024, tra i giovani italiani di 25-34 anni in possesso almeno della laurea, gli espatri (25 mila) hanno superato ampiamente i rimpatri (oltre 4 mila), determinando una perdita netta di quasi 21 mila giovani altamente istruiti. Le stime relative al 2023, anno per cui sono disponibili i dati sul titolo di studio dei cittadini stranieri, mostrano tuttavia che alla perdita netta di giovani italiani laureati (-16 mila) si affianca un saldo positivo di giovani stranieri con analoghe caratteristiche (+19 mila), che porta in positivo il bilancio complessivo dei giovani 25-34enni qualificati (+3 mila).
La perdita di capitale umano qualificato penalizza in particolare il Mezzogiorno che, anche nel 2024, sconta un doppio svantaggio, con flussi in uscita sia verso l’estero sia verso il Centro-nord non compensati dalle entrate: una dinamica meritevole di attenzione, perché inevitabilmente legata alle effettive potenzialità di sviluppo dell’area.
LE FAMIGLIE
Le trasformazioni socio-demografi che hanno condotto a una progressiva semplificazione delle strutture familiari e a un aumento del numero totale di famiglie: nel biennio 2024-2025 se ne contano 26,7 milioni, con una dimensione media scesa a 2,2 componenti (erano 2,7 nel biennio 1994-1995). Due terzi delle famiglie sono ormai composte al massimo da due persone, mentre quelle più numerose (almeno 5 componenti) rappresentano solo il 4,1 per cento del totale. Il tipo di famiglia un tempo prevalente, la coppia con figli, ha subito una drastica contrazione, passando in trent’anni dal 47,9 per cento al 28,4 per cento. Parallelamente, si osserva una progressiva deistituzionalizzazione dei legami, con un incremento significativo delle coppie non coniugate (con o senza figli).
Nel biennio 2024-2025, le famiglie composte da una sola persona rappresentano oltre un terzo del totale (37,1 per cento) e comprendono un quinto della popolazione adulta (9,9 milioni di individui). Sebbene gli anziani (over 65) costituiscano ancora il 46,5 per cento delle persone che vivono sole (prevalentemente donne vedove), si registra un incremento del fenomeno anche nelle età centrali (35-64 anni), legandosi almeno in parte alla crescente instabilità coniugale (tra le persone sole i separati/divorziati sono il 24,7 per cento).
Il calo della fecondità ha portato a un aumento significativo della quota di figli unici, che nel 2024 rappresentano il 16,6 per cento della popolazione adulta (8,2 milioni); questo valore è più alto di quasi 5 punti percentuali rispetto al 2003 (11,7 per cento).
Circa 3 milioni di individui (il 5,9 per cento della popolazione adulta) possono essere definiti pendolari della famiglia, soggiornando con regolarità in un luogo diverso dall’abitazione abituale. Il fenomeno è in forte ascesa tra i giovani di 18-24 anni, coinvolgendo quasi un individuo su cinque. Ci si sposta principalmente per raggiungere i familiari (36,1 per cento), per motivi di lavoro (29,5 per cento) e di studio (24,2 per cento). Gli uomini si spostano prevalentemente per necessità lavorative (40,3 per cento), mentre tra le donne prevalgono i motivi di studio e il ricongiungimento con il coniuge o il partner.
GLI OCCUPATI E I DISOCCUPATI
Il buon andamento del mercato del lavoro italiano, avviato nel post-pandemia, è stato trainato dall’aumento dell’occupazione delle persone di 50 anni e più, che rappresentano una quota particolarmente consistente degli occupati, pari a circa il 42 per cento nel 2025. Nonostante i miglioramenti, i divari strutturali restano elevati: la distanza di genere nei tassi di occupazione si attesta a 17 punti percentuali (71,2 per cento per gli uomini e 53,8 per le donne), mentre il differenziale tra gli individui con istruzione terziaria e con al massimo la licenza media supera i 37 punti percentuali. Il Mezzogiorno mostra l’aumento occupazionale più marcato negli ultimi anni, riducendo la distanza dal Nord nei tassi di occupazione: nel 2025 il divario è di circa 20 punti percentuali in media (a fronte di 23 punti nel 2019) e di 25 per le donne (27 punti nel 2019).
La crescita dell’occupazione nell’ultimo triennio si è concentrata sui dipendenti a tempo indeterminato, sugli autonomi con dipendenti e sui lavoratori a tempo pieno, mentre sono risultati in diminuzione i dipendenti a tempo determinato e part-time. Si osserva, tuttavia, una crescente difficoltà a stabilizzare la propria condizione lavorativa, con meno transizioni da tempo determinato a indeterminato.
Il divario tra lavoro vulnerabile e lavoro standard è particolarmente marcato sotto il profilo retributivo: nel settore privato extra-agricolo, nel 2023, la retribuzione lorda mediana dei lavoratori standard è pari a oltre 28 mila euro annui, mentre per i lavoratori vulnerabili non raggiunge i 7 mila euro, a causa della forte frammentarietà dei loro percorsi nel mercato del lavoro e del più ridotto numero di ore lavorate. Le donne, in ogni tipo di occupazione, mostrano livelli retributivi più bassi rispetto agli uomini. Anche tra i lavoratori del Mezzogiorno si registrano retribuzioni e numero di ore retribuite sistematicamente inferiori in confronto ai lavoratori del Centro-nord.
La condizione dei giovani (15-34 anni) permane delicata, con un tasso di occupazione nel 2025 inferiore alla media dell’UE27 (43,9 contro 58,1 per cento), anche tra i 25- 34enni laureati (68,5 contro una media dell’UE27 del 79,6 per cento).
Nel 2025, in Italia, il fenomeno dei NEET (Not in Education, Employment or Training) coinvolge il 13,3 per cento dei giovani tra i 15 e i 29 anni, un valore quasi dimezzato rispetto al 2015, quando era pari al 25,7 per cento; nel Mezzogiorno si osserva la quota più elevata (20,2 per cento). Difficoltà emergono per i giovani che, pur avendo completato percorsi formativi qualificanti, non riescono a valorizzare pienamente le proprie competenze. Il 23,7 per cento degli occupati laureati di 25-34 anni svolge professioni a media o bassa qualifica (sovraistruzione), un valore superiore alla media dell’UE27 (21,3 per cento).
Il mercato del lavoro continua a essere caratterizzato da una forte segregazione di genere. Metà dell’occupazione femminile è concentrata in sole 17 professioni, spesso meno remunerative, contro le 43 professioni della componente maschile. La segregazione orizzontale si accompagna a quella verticale: sebbene le donne rappresentino il 43,0 per cento degli occupati totali, la loro quota scende al 25,3 per cento nelle posizioni dirigenziali e manageriali.
LA POVERTÀ E LE DISUGUAGLIANZE ECONOMICHE
Le disuguaglianze economiche restano significative. Nel 2025, quasi 11 milioni di individui (18,6 per cento) sono a rischio di povertà, oltre un quinto della popolazione dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà e oltre un quarto ha difficoltà a fare fronte a spese impreviste. Nel 2024 la povertà assoluta interessa 5,7 milioni di persone (9,8 per cento), per un totale di 2,2 milioni di famiglie (8,4 per cento), con un’incidenza che sale fortemente tra le famiglie di soli stranieri (35,2 per cento) e quelle composte da almeno 5 componenti con fi gli minori (22,3 per cento). Sotto il profilo territoriale, il Mezzogiorno continua a registrare il valore più elevato (10,5 per cento delle famiglie), con una crescita significativa dell’incidenza individuale nelle Isole (dall’11,9 per cento del 2023 al 13,4 del 2024).
Il titolo di studio emerge come il principale fattore di protezione: la povertà assoluta colpisce il 15,1 per cento delle persone di 25 anni e più con al massimo la licenza media contro il 2,3 per cento dei laureati.
Le difficoltà economiche impattano sui consumi primari meno che in passato. Nel 2025, il 9,3 per cento della popolazione (5,4 milioni di persone) dichiara di non potersi permettere un pasto proteico ogni due giorni (era il 12,6 per cento nel 2014). La povertà energetica — l’incapacità di riscaldare adeguatamente l’abitazione o di utilizzare servizi energetici essenziali — è invece in aumento, dal 7,7 per cento nel 2022 al 9,1 per cento nel 2024.
Il ceto medio, definito internazionalmente (OCSE) come l’insieme delle persone con un reddito familiare equivalente netto compreso tra il 75 per cento e il 200 per cento del valore mediano, rappresenta il 61,2 per cento dei residenti in Italia nel 2025. La sua consistenza è leggermente aumentata nell’ultimo decennio.
LE DISUGUAGLIANZE SOCIALI NELLA SALUTE
Nell’ultimo trentennio si è registrato un progressivo miglioramento delle condizioni di salute degli anziani, sempre più istruiti e orientati a stili di vita salutari. Con l’ingresso nell’età anziana delle numerose coorti di baby boomer sta tuttavia aumentando la quota di popolazione affetta da multimorbilità (almeno due malattie croniche): nel 2025 si tratta del 22,8 per cento della popolazione che vive in famiglia, pari a 12,8 milioni di persone. Una quota simile dichiara limitazioni nelle attività quotidiane. Il carico di malattia, visto attraverso le lenti del titolo di studio, mostra una forte polarizzazione: tra i meno istruiti, il rischio di limitazioni gravi aumenta del 72,0 per cento rispetto ai laureati.
Anche la sopravvivenza della popolazione mostra differenziali significativi per titolo di studio. Nel 2022, la speranza di vita a 30 anni è inferiore di 4,2 anni tra gli uomini con basso livello di istruzione rispetto ai laureati, e di 2,8 anni tra le donne. Queste differenze sono attribuibili in gran parte alle disuguaglianze nella mortalità tra i 30 e i 69 anni per cause come tumori, malattie cardiovascolari e morti violente. Il divario si amplifica ulteriormente considerando la dimensione geografica: a 30 anni, un uomo con bassa istruzione residente nelle Isole ha una speranza di vita residua inferiore di 5,7 anni rispetto a quella di un coetaneo laureato del Nord-est.
Le Aree Interne, dove vive oltre un quinto della popolazione, mostrano un crescente processo di marginalizzazione. Nel 2023, gli individui con meno di 75 anni che risiedono nelle Aree Interne, rispetto a coloro che vivono nelle Aree centrali, presentano tassi di ospedalizzazione più elevati, un minore ricorso alle prestazioni ambulatoriali e una maggiore propensione a spostarsi fuori regione per le cure ospedaliere, nonché tassi di mortalità evitabile più alti, soprattutto nel Mezzogiorno. Le differenze osservate riflettono anche disuguaglianze strutturali nell’offerta sanitaria territoriale.
IL SISTEMA EDUCATIVO E L’INVESTIMENTO IN CAPITALE UMANO
Nel 2024 la spesa pubblica per l’istruzione in Italia ha raggiunto 88,95 miliardi di euro (84,38 nel 2023), con un’incidenza dell’8,0 per cento sulla spesa pubblica totale. Nonostante la crescita registrata nell’ultimo decennio, sostenuta recentemente dai fondi del PNRR e dai rinnovi contrattuali del personale, l’investimento nazionale in istruzione, pari al 4,0 per cento del Pil, rimane inferiore al valore medio dell’UE27 (4,8 per cento).
Il numero di coloro che conseguono ogni anno un titolo terziario è quasi triplicato dal 1999 al 2024 (da 190 mila a 544 mila); ciononostante, solo il 31,6 per cento dei 25-34enni possiede un titolo terziario, contro il 44,1 per cento della media dell’UE27.
Il sistema universitario italiano — composto da 92 atenei nel 2023-2024 — ha visto aumentare il numero di iscritti da 1,7 (2014/2015) a oltre 2 milioni (2023/2024). Le università telematiche hanno registrato la crescita più significativa, intercettando un’utenza più adulta (in media 31,7 anni di età) e in quasi i due terzi dei casi già inserita nel mercato del lavoro (contro un’età media di 23,8 anni e il 20,4 per cento di occupati per gli atenei tradizionali). Nonostante la diffusione territoriale dell’offerta, persistono flussi di mobilità studentesca a medio e lungo raggio fortemente asimmetrici, con 152 mila studenti del Mezzogiorno iscritti in atenei del Centro-nord nel 2023-2024.
È importante sottolineare che l’investimento in istruzione garantisce risultati migliori nel mercato del lavoro: il tasso di occupazione raggiunge l’85,3 per cento tra chi possiede un titolo terziario (laurea), contro il 74,6 per cento dei diplomati e il 56,1 per cento di chi ha la sola licenza media. Al crescere del titolo di studio, inoltre, il divario occupazionale di genere si riduce drasticamente (da 20,1 punti percentuali nel complesso a 6,5 per le laureate).
Le discipline medico-sanitarie e STEM assicurano tassi di occupazione più elevati (rispettivamente, 90,0 e 86,5 per cento) e livelli di soddisfazione lavorativa superiori, sebbene le donne in area STEM manifestino una soddisfazione per la retribuzione e la stabilità lavorativa inferiore ai colleghi maschi. Meno positiva la condizione degli stranieri laureati, con un tasso di occupazione (68,4 per cento) inferiore sia a quello dei laureati italiani (86,3 per cento), sia a quello dei diplomati stranieri (70,7 per cento).
L’Italia fatica a trattenere i profili più specializzati: nel 2025, a 4-6 anni dal conseguimento del titolo, il 10,4 per cento dei dottori di ricerca formati in Italia lavora all’estero.
Le ragioni principali sono le maggiori opportunità di un impiego adeguato (81,7 per cento) o meglio retribuito (73,7 per cento). (aise)
